Una bella ossessione

Si erano appena alzati dal pavimento in legno del palco, dopo aver letto per la prima volta il copione. Lo spettacolo era ambientato su un treno. Sarebbe partito come un treno normale, per poi virare verso una rappresentazione surreale, “quasi metafisica”, per usare le parole della regista. I personaggi erano quindici. Sandro aveva la parte dell’Uomo Fiori, un tipo estremamente timido, così chiamato perché, per buona parte dello spettacolo, avrebbe tenuto in mano un bouquet. Ad un certo punto lo avrebbe dato alla donna della quale era segretamente innamorato alla follia. L’avevano chiamata “Donna Ritardo” in virtù di un conflitto con sé stessa per il quale sentiva di essere sempre in ritardo agli appuntamenti della sua vita, amore incluso.

“Al momento della dichiarazione” – si domandò Sandro – “è meglio porgere il bouquet con entrambe le mani o con una sola, con l’altra dietro la schiena? Nah. Prima studia le battute, così capisci il personaggio. Poi pensi ai fiori” – concluse.
La sera, tornato a casa, iniziò a leggere bene il copione. “’L’Uomo Fiori entra in bagno, tesissimo. Si guarda nello specchio. “Scusa è che… no. Io volevo… no no. I tuoi occhi verdi sono come… come… Noo, è una cagata pazzesca! Non ce la farò mai!”’ bla bla bla… Addirittura?! C’è anche la descrizione dei fiori: ‘La gardenia rappresenta la sincerità, mentre il tulipano rosso, sfacciato, è la dichiarazione d’amore vera e propria’”.
“Ok” – pensò arrivato alla fine – “Il mio personaggio è un pirla. Buono, ma pirla”.

Il giorno seguente portò il copione in negozio. Lo lesse durante la pausa pranzo, prima di ricominciare a vendere scarpe. Una signora chiese il suo aiuto per trovare una decolleté marrone misura trentanove e tacco otto centimetri. Gliene portò un paio e la aiutò ad indossarlo.
“Mmh…” – fece lei – “Sembrano comode, ma…”
La signora disse ancora qualcosa ma Sandro non se la filò nemmeno per sbaglio. Era impegnato a immaginarsi davanti allo specchio del bagno del treno mentre, come Uomo Fiori, faceva le prove per dichiararsi alla Donna Ritardo.
“Allora… L’Uomo Fiori è molto timido. È davanti allo specchio, sta provando l’approccio… È nervoso, ha il cuore che gli batte forte. Quindi potrebbe essere che mi sistemo un po’ i vestiti, magari faccio un bel respiro… e inizio. Cambio anche la voce, la faccio con una tonalità un pochino più alta”.
“Cosa ne pensa?” – domandò la signora.
Sandro scartò leggermente la testa, come fosse uscito da un momento di ipnosi. Guardò le scarpe.
“Le stanno bene” – rispose.
“Sì, questo sì… Ma capisce quello che intendevo dire? Lo vede?” – chiese lei, con l’attenzione rivolta ai suoi piedi.
Sandro la guardò in faccia. Guardò le scarpe. La guardò ancora in faccia. Guardò di nuovo le scarpe.
“Che cazzo hanno che non va…” – pensò.
Era nervoso, “come l’Uomo Fiori davanti allo specchio”, pensò. E, come l’Uomo Fiori, improvvisò.
“Forse sono un pochino svasate” – disse a caso.
“Esatto, è quello che penso anch’io”.
Sandro tirò un sospiro. Si impose di fare più attenzione, di lasciare il teatro e il copione alla sera, una volta sedutosi sul divano.

“Guarda quello lì sul marciapiede” – disse fra sé e sé mentre era in coda a un semaforo per tornare a casa – “Ha una camminata un po’ rigida, impacciata. Sembra spaventato dal mondo… Potrebbe essere una fisicità da Uomo Fiori”.
Lo osservò e quasi si dispiacque quando il semaforo diventò verde. Avrebbe voluto carpire ancora qualche gesto o un tic, quelli che la regista chiamava “involontari inconsapevoli”. Prima di andare a casa passò al supermercato. Non doveva comprare molto. Prese il cestino e andò al reparto frutta. Scorse distrattamente tutto il bancone, fino a quando non vide il sedano. Si fermò ad ammirarlo, di sasso, colto da una suggestione. Ne tirò fuori un gambo, lo strinse in mano e se lo rigirò. Fissò un punto indefinito davanti a sé e vi immaginò la Donna Ritardo.
“Ehm… Io volevo… No… Cioè… Io… ho passato tutta la mia vita ad aspettare… il treno giusto… il momento giusto… la parola giusta… la donna giusta… e… Questi sono tuoi” – disse nella sua testa porgendo il sedano/bouquet con entrambe le mani, in direzione della bilancia.
“A questo punto” – pensò – “lei risponde con ‘No guarda io non mi sento… e poi non sono sicuramente…’, al che l’Uomo Fiori dice…”
“Mi scusi” – lo interruppe un signore con in mano un sacchetto di kiwi – “Dovrei pesare questo. Potrebbe spostarsi?”
“Certo, mi scusi lei” – rispose Sandro imbarazzato, subito prima di mettere a sua volta il sedano in un sacchetto.

Finito il giro del supermercato, appoggiò la spesa sul rullo della cassa.
“Tessera?” – chiese la cassiera.
Sandro l’aveva vista una marea di volte. Una ragazza carina, bionda, occhi verdi. Anche lei lo riconobbe: era un abitué col quale aveva scambiato quasi sempre solo le frasi essenziali per svolgere il suo lavoro. Ma questa volta era diversa.
“S… Sì…” – disse Sandro guardandola di nascosto, con una tonalità un pochino più alta, mentre il cuore iniziò a battergli più forte.
Le passò la scheda, lei la fece scivolare sul lettore e gliela ridiede, sfiorandogli la mano con la sua. Il cuore di Sandro sussultò. Lui diventò rigido, impacciato, come il tizio che aveva visto sul marciapiede. Diventò l’Uomo Fiori.

Scagliò a terra la tessera. Dal rullo della cassa afferrò il sedano e lo liberò dal sacchetto di plastica.
“Io volevo… No… Cioè… Io… ho passato tutta la mia vita ad aspettare… il treno giusto… il momento giusto… la parola giusta… la donna giusta… e… Questi sono tuoi” – disse porgendole il sedano/bouquet con una mano, l’altra dietro la schiena.
La cassiera ci mise qualche secondo per mettere insieme una risposta.
“No guarda io non mi sento… e poi non sono sicuramente…”
Erano le esatte parole della Donna Ritardo. Al che l’Uomo Fiori disse:
“Io credo che ci siamo conosciuti, amati e lasciati ed è successo tutto nel giro di questo mezzo secondo… Di questo attimo di follia… Di questo puro, semplice, unico sguardo…”
“Senti…” – rispose lei – “Non so… È una bellissima… Ma…”
“È solo che” – la interruppe lui – “vorrei dirti che… Io… Io… mi sono innamorato di te. E non da adesso, io ti vedo da un sacco di tempo e… e io ti amo! Ti amo e secondo me tu sei la più bella invenzione dopo i profiterol e credo che mi verranno le convulsioni se ora potessi avere il primo bacio e avrò sempre tempo per te e tornerò qui domani sera e dopo domani e dopo ancora e ti telefonerò se me lo permetterai”.
La Donna Ritardo, sopraffatta dal momento, avrebbe dovuto dire: “Non mi stai prendendo in giro, vero?”. E la cassiera lo disse. L’Uomo Fiori guardò il bouquet.
“Ci sono anche i tulipani rossi, perciò…” – disse sorridendo quasi di nascosto.
La Donna Ritardo li vide. Si alzò in piedi di scatto, si sporse oltre la cassa e sfogò lo stupore con un bacio dritto sulla bocca, come da copione. L’Uomo Fiori sciolse la sua rigidezza e si godette il momento tanto agognato. Passarono attimi dal gusto di eternità. Si guardarono negli occhi, complici innamorati, mentre le loro labbra si separavano con la promessa di ritrovarsi una volta scesi dal treno. Quel treno con quindici passeggeri assorti, immobili nella trepidazione del momento.

“Vuole i sacchetti?” – chiese la cassiera.
Sandro era stordito, come uscito da un momento di ipnosi.
“Sì. Due grazie” – rispose.
Si voltò e vide una fila di facce dalle espressioni illeggibili. Sembrava non fosse successo nulla. Forse, non era successo nulla.

Sistemò la spesa nei sacchetti, pagò e la cassiera gli diede in mano lo scontrino.
“Grazie” – disse lui, come aveva fatto una marea di volte.
Mentre usciva dal supermercato lo mise in una delle borse e si accorse che, insieme, c’era un foglietto bianco piegato a metà. Lo aprì: era il numero di cellulare della cassiera. Si chiamava Silvia. Era la Donna Ritardo.

 

Mattia Colombo

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