Giù la maschera e buona vita!

Io ho un problema.
Sì, bravi, lo so che avete già fatto la battuta, clap clap clap. Però è vero: ho un problema.
Apro una parentesi prima di entrare nel vivo. Ragazzi: uno spettacolo totalmente muto (e pensare a una storia e a scene che non contemplano parole significa entrare, a fatica, in un altro universo mentale), con indosso maschere fatte da noi, incentrato su degli anziani in casa di riposo, che tiene incollati chiunque, dal bambino alla vecchia, passando per l’adolescente ormonale e l’uomo di mezza età che si domanda se quelle scene non diventeranno per lui realtà nel giro di un paio di decenni. Ma di cosa stiamo parlando?! E non lo fai una volta sola ma 4! QUATTRO! E c’è sempre gente! E poi girare per Rho coi vestiti e la maschera del personaggio… Pazzesco…

Ok, detto questo, torniamo al tema centrale del discorso. Ho un problema. Con le cose che finiscono. È un problema con gli addii, suppongo. Perché ci sono circostanze che entrano nella tua vita, sia che le faccia entrare tu o si presentino spontaneamente, che ti prendono, che ti catturano. Durano qualche giorno, settimane, mesi o anni; dedichi loro parte del tuo tempo, le tue energie, i tuoi pensieri, le tue preoccupazioni, le gioie, la fatica. Sei tutto focalizzato sul lavoro necessario per il punto finale della circostanza, il risultato, il frutto di quei pensieri, di quella fatica, di quel coinvolgimento. La condividi con altre persone, siete in sinergia, vi rimbalzate entusiasmo e nervoso, risate e delusioni. È un viaggio, te lo gusti tutto.

E quando la circostanza finisce è come… morire un po’. La tempesta che scuoteva il tuo mare con forza e dolcezza all’improvviso si è placata. Che poi, se ci pensi, lo sapevi benissimo che doveva finire. Lo sapevi ancora prima che iniziasse, o al massimo appena dopo. Ma è solo in questo momento di “scarico” nervoso, quando la sera arrivi a casa e spegni la macchina, che capisci davvero quanto quella circostanza fosse diventata centrale, rilevante. Solo ora capisci quanto tempo, quanti pensieri, energie, emozioni tu le abbia realmente dedicato. Anche mentre eri impegnato in altre faccende più o meno quotidiane, in qualche anfratto sperduto del tuo subconscio stavi mandando energia alla circostanza: un pensiero minuscolo e sfuggente, un attimo di ansia, il lampo larvale di un’idea. Solo ora che la meravigliosa tempesta è passata, ora che ne sei fuori e la guardi alle tue spalle, puoi vederla in tutta la sua forza. E adesso che non c’è più sei scombussolato, terremotato, come se ti svegliassi la mattina e scoprissi che la tua casa non ha più il soggiorno. Puf, sparita la stanza, e la casa è più piccola.

Cosa succede, dunque, quando la circostanza finisce? Non la si vuole far finire. Cioè: è finita. Ma si cerca di diluire il trauma della fine. E allora: “Oh, ma poi ci vediamo ancora. Andiamo una sera a mangiare una pizza, eh! Una bella pizzata, dai!”, per esempio. Finita la circostanza nasce la nostalgia. Canaglia, come cantava qualcuno. Come se la nostalgia fosse una cura nei confronti della fine.

Non lo è. Può sembrarlo, forse. Ma non lo è. Eppure una cura c’è. Una cura per il problema-delle-cose-che-finiscono c’è. Una cura per il problema-degli-addii c’è, l’ho trovato cazzo. Invece di crogiolarsi in un amarcord deprimente; invece di continuare a rivedere lo stesso film ormai ingiallito; invece di ripensare a quanto è stato bello mentre ora non lo è più e non potrà mai più succedere così (ed è la verità, perché una circostanza non può mai ripetersi due volte uguale), fai una cosa saggia: prendi ciò che l’esperienza ti ha dato e fallo vivere. Emozioni, consapevolezze, attimi, lezioni, parole, verità, ferite, sguardi, qualsiasi cosa che ti è rimasta dentro e ti ha cambiato. Perché ogni circostanza che abbia un minimo di rilevanza nella tua vita ti cambia: ti insegna qualcosa di nuovo sul mondo, sugli altri ma specialmente su di te, ti fa maturare, ti lascia in tesoro pagine di conoscenza che prima non avevi. E queste pagine, allora, falle tue. Lavorale, completale, amalgamale con quello che già hai e che già sei, tieni quello che di loro senti essere straordinario e butta quello che di te senti essere obsoleto e superato. Se fai così, scoprirai che la “circostanza-che-è-stata” in realtà è sempre viva, perché sei tu a portarla in giro ovunque vai. Certo: fisicamente è finita comunque. Ma quello che ti ha dato no: puoi continuare a farlo vivere. Ora questo tesoro sei tu a distribuirlo agli altri, nei modi più disparati e magari senza che nemmeno te ne accorga.

Ieri sera (o meglio: stanotte, quando mi sono addormentato, dopo una doccia bramata come l’acqua nel deserto) è finita l’ennesima circostanza, quella dell’anno teatrale, di una bellezza abbacinante. In precedenza se ne erano concluse un paio favolose relative alla scrittura. Se Dio o l’universo o [inserire nome] vorrà, un giorno spero di riuscire a unire queste due strade. Sarebbe un personale big bang.

Ad ogni modo ho conosciuto un nuovo ambiente, vivo. Ho imparato tanto tanto a livello umano oltre che teatrale e di scrittura e incontrato persone stupende, di quelle che ti ridanno fiducia nell’umanità e allo stesso tempo ti fanno incazzare col prossimo per tutte le puttanate e le bastardate che fa invece di vivere sereno e far vivere serenamente te e gli altri.

Grazie a tutti, davvero. Da Samuel (un essere umano coi controcazzi, prima che un eccezionale insegnante) ai miei giovani compagni di viaggio (che belli che siete!). Grazie. Spero di aver ricambiato anche solo in minima parte la montagna, ma che dico!, l’intera catena dell’Himalaya di conoscenza, affetto, comprensione e divertimento che mi avete trasmesso. Mi sento clamorosamente fortunato, specie se ripenso al passato a qualche periodo non proprio così entusiasmante, e non è la prima volta anche se con tutta probabilità di questa fortuna riesco a percepirne solo dei granelli. Che già sono tanta roba comunque…

Quindi, lezione: ricordare non basta. Ho imparato molto, da questa e da altre circostanze negli ultimi anni (e mi limito agli ultimi anni). E queste nuove stille di conoscenza non possono restare chiuse nell’armadio dei ricordi. Non è corretto. Non è giusto. Queste circostanze bisogna portarsele dietro ovunque, tenerle vive. Si fotta la nostalgia.

Però, ragazzi: una pizzata la facciamo, eh!

 

Mattia Colombo

 

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PH: Alessandro Villa

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